MY CARTOGRAPHY’S THEORY OF NOWHERE
installation by Alessandro Carboni
Materials: mixed media (glass, wood etc)
Format: three modules 120cm x80cm
Production: Formati Sensibili (2012)

My Cartography’s Theory of Nowhere is a work that tells a visual journey through the works of the Galleria Comunale of Cagliari. The artist has designed this space as a place to explore and the works as territories to follow, and to relate. The work carried out is constituted by three maps in glass which are suspended vertically in the middle of a corridor and horizontally on a table. During the observation, the transparency of glass allows the visitor to observe the signs and the map and at the same time to include in its frame elements which are located in the space. My Cartography’s Theory of Nowhere becomes a device capable of integrating the background, or the landscape within itself. In the Galleria Comunale, the works already become the landscape which is inserted inside. The maps created are therefore not only the two-dimensional representation of space, but they are also the three-dimensional image of a place. In the work space and place converge in one spatial dimension: the frame. Infinitely many points of view are intended to include in it a background-landscape always different.

(Testo di Alessandro Carboni contenuto nel Catalogo della Mostra I grandi Assenti, Galleria Comunale Cagliari 21.12.2012-06.04.2013)

Cartografie dell’immaginario
Territori e processi creativi
testo di Alessandro Carboni

Osservare è rilevare le latitudini. Osservare un’opera è come osservare una mappa. E’ uno specchio rivolto verso l’artista e verso noi stessi. Nell’opera ci orientiamo, possiamo leggere i territori, i confini e le strade che uniscono gli elementi di un intricato processo creativo. Essi sono come i dati contenuti nelle antiche carte e pergamene, nei e negli affreschi, nei portolani allegati ai racconti fantastici e d’avventura che rappresentavano paesaggi immaginari o reali, anche se mai visti, e nelle nuove vie del mondo. Le opere sono cartografie dinamiche, difficili da rappresentare con gli strumenti tradizionali del geografo e del cartografo.

Io sono il territorio. Il processo è un fiume invisibile che attraversa il mio lavoro. È difficile parlarne in termini generali poiché la realizzazione di ogni creazione segue un suo percorso peculiare. E’ un flusso che si espande in un territorio sconosciuto e si adatta continuamente alle morfologie del paesaggio. Ogni volta, rapportandosi con contingenze del momento, il flusso del fiume segue strade diverse, si sviluppa in maniera unica e irripetibile. Durante l’attraversamento del territorio, il flusso segna delle traiettorie, scava creando dei solchi, delle linee continue e disorganizzate. Sono come quelle impronte lasciate nelle rocce dal lento lavorio dell’acqua.

Il territorio di cui parlo è un luogo di confine: una frontiera, un luogo di passaggio tra un interno ed un esterno, tra un dentro e un fuori. La frontiera separa la realtà con la metafora. E’ lo spazio in cui convergono le mie esperienze, il mio immaginario, le mie emozioni. I segni lasciati sono delle idee, se così si può dire, dei landmark che non hanno una vera e propria esistenza visuale, sono piuttosto dei pensieri vaghi e ricorrenti, un sentire non ancora imbrigliato dalla forma ma esposto ad un rischio e ad una necessità produttiva. Le idee, il sentire nascono e vivono di uno scambio continuo tra l’esterno e l’interno, tra gli oggetti dell’esperienza e il mio organismo. Questo passaggio continuo modifica le idee fino ad assumere nella mia mente una qualche forma visiva ideale.

Il processo è il panorama. In questi istanti il flusso si arresta, ci si solleva in volo. Si sale una scala verso il cielo e si assume il punto di vista di un uccello. I flussi che avevano solcato il territorio, modificando la morfologia del paesaggio e lasciando segni, traiettorie sono ora visibili. In questo istante, il processo diventa forma. Dall’alto, l’immagine diventa chiara e precisa: il territorio, in partenza sconosciuto, diventa una mappa, uno spazio preciso in cui si possono leggere i luoghi percorsi durante il processo: ci si può facilmente addentrare senza rischiare di perdere l’orientamento. Per un istante istante il processo diventa un’ immagine. L’idea, emersa da un processo cartografico di mappatura del paesaggio, si traduce in azione, in movimento gestuale. Durante la realizzazione, l’opera, che prima era idea, immagine e risiedeva in un territorio di frontiera, viene riproiettata nella realtà. Ora, l’immagine si scontra con l’occhio fisico, con il meccanismo della visione e di conseguenza ritorna come immagine e, riproiettata all’interno del mio corpo, diventa nuovamente processo, quindi flusso.

Qui, credo, si elabora una sorta di risposta istintiva che, pur essendo collegata all’idea cosciente originaria, se ne distacca e guida la mia reazione. È in questo momento che il mio lavoro incontra il mondo e la sua struttura fondamentale, quella che di fatto lo costituisce come flusso, divenire, cambiamento continuo che si determina in maniera sempre diversa. Qui l’opera diviene imprevedibile, può essere uguale oppure diversa da se stessa, può diventare qualcosa oppure qualcos’altro.

È in questa circolarità che si colloca il mio processo artistico.

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